Nel mondo dell’audio c’è una confusione persistente, quasi strutturale: mescolare alta fedeltà con qualità del suono come se fossero la stessa cosa.
La fedeltà è un concetto tecnico. Descrive in che misura un sistema riproduce un segnale senza alterarlo. Questo può essere misurato analizzando la risposta in frequenza, distorsione armonica, distorsione intermodulazione, rapporto segnale-rumore, fase, dinamica, ecc. Tutto verificabile e soprattutto obiettivo senza dipendere da chi ascolta. Un amplificatore non “è fedele per qualcuno”; o rispetta il segnale entro certi margini, oppure no.
La qualità del suono, invece, è un’altra questione ed è qui che entra in scena l’ascoltatore. Essa è un’esperienza soggettiva perché siamo tutti diversi. Le sensazioni di piacere, stanchezza, emozione, vicinanza, rifiuto o infatuazione istantanea sono cose molto personali, per questioni psicologiche e biologiche. Due persone possono ascoltare lo stesso sistema e arrivare a conclusioni opposte senza che nessuna sia “sbagliata”.
Presunzione o inganno…
Il problema appare quando il ragionamento è invertito e si afferma, implicitamente o esplicitamente, che “più mi piace, più è fedele”. Qui non si difende il gusto, lo si legittima con una parola tecnica che non gli spetta. Significa presumere che il cervello umano funzioni come un analizzatore di segnali e che il piacere uditivo sia una prova di accuratezza.
L’orecchio, o meglio il cervello, non misura fedeltà. Confronta, ricorda, si adatta, si stanca, si eccita. Valuta comfort e coerenza percettiva. Quando qualcosa “suona meglio” per qualcuno, quello che succede davvero è che questo suono si adatta meglio alla sua biologia, alla sua storia uditiva e alle sue aspettative. Non dimentichiamo che il nostro cervello cerca sempre di fare il minor sforzo possibile, risparmiare energia, ed è modellato dall’evoluzione per questo. Rileva gli schemi, accorcia le strade.
Tuttavia, l’alta fedeltà è ancora necessaria. Proprio perché il suono è soggettivo, è stato necessario costruire un pavimento tecnico comune, un quadro di riferimento che permetta di dire: “da qui in poi il sistema non sta imponendo il suo carattere in modo dominante”.
Quel pavimento non garantisce piacere, ma garantisce qualcosa di cruciale: che ciò che arriva a chi ascolta è, in sostanza, ciò che l’artista, l’ingegnere e il produttore hanno deciso di fissare nello studio. Senza questo pavimento, non c’è scelta consapevole ma casuale, colorazioni non intenzionali ed errori mascherati da “carattere”. L’alta fedeltà non è il fine estetico dell’audio, è la condizione minima perché il gusto abbia senso.
Una volta raggiunta questa soglia, tutto il resto entra nel terreno umano: quali altoparlanti ti piacciono di più, com’è la stanza dove si ascolta, quale amplificatore ti sei potuto comprare, valvole o transistor, vinile, nastro, digitale e così via. Questa non è più fedeltà ma interpretazione, come succede con un musicista che interpreta una partitura o un regista che adatta un testo. Non è né migliore né peggiore; è diverso.
L’errore culturale sta nell’uso della parola “fedele” per difendere preferenze personali, come se il gusto avesse bisogno di una convalida tecnica per essere legittimo. Dire “mi piace di più” è sufficiente. Dire “è più fedele perché mi piace di più” è confondere piacere con verità.
La questione, anche se alcuni sono a disagio, è semplice: il suono è inevitabilmente soggettivo. La tecnica serve a porre limiti e dare un contesto all’interno del quale ognuno poi nel suo caso particolare prenderà decisioni cercando ciò che più lo soddisfa.
Il sistema migliore non è quello più fedele, né quello più costoso, né il più celebrato: è quello che riesce a suscitare emozioni piacevoli e genuine in chi ascolta.
Ci sono sistemi con specifiche tecniche incredibili che non generano nulla, e, al contrario, impianti che magari non si distinguono tecnicamente – spesso anche snobbati dagli “esperti” – ma che hanno un “non so che cosa” che emoziona.
Quindi valvole o transistor? giapponese o americano? Vintage o moderno? mono, stereo o avvolgente? Analogico o digitale? Altoparlanti a banda estesa o 3 vie? Tutti e nessuno allo stesso tempo. Le valvole presentano un tipo di distorsione particolare, che piace a molti e a molti no, lo stesso vale per i transistor. L’audio giapponese ha il suo stile, proprio come quello americano.
Può piacerti di più il suono del nastro magnetico di quello di un file MP3 a 320kbps, altri non noterebbero la differenza. Ci sono sistemi semplici che sono deliziosi, altri meno, e lo stesso vale per il suono surround o lo stereo. Ad alcuni sembra freddo e senz’anima l’audio digitale, ad altri funziona alla grande. Ci sono altoparlanti di 80 anni fa che hanno un suono spettacolare per un certo tipo di musica, o certi baffle, o che vanno d’accordo con certi amplificatori, cose che succedono anche con altoparlanti di produzione attuale… Comunque, dipende.
Per chiudere, entra sempre in gioco il contesto. Non si può mettere sulla stessa bilancia un mini-componente Aiwa anni 80 e un impianto audio Hi-Fi da 20.000 euro. Se pensi che il vincitore sia ovvio, non hai capito. Il vincitore dove? Quando? Per chi? Ci sono sistemi costosi in cui metti Tchaikovsky e suona male o con i quali non puoi animare una festa. Ogni sistema è buono per alcuni usi e i luoghi cui è destinato.
Dunque bisogna evitare di cadere nell’autoinganno di presumere che il nostro giudizio sia una verità assoluta. Sei felice con un McIntosh? Fantastico. Ti riempie l’anima ascoltare con una combinazione RCA Victor? Fantastico!
L’audio è per divertirsi, non per vedere chi ce l’ha più lungo. E il dato tecnico non deve mai mescolarsi agli apprezzamenti personali.
Per questo il nostro motto è : Il piacere di ascoltare la musica. Essa deve emozionare e divertire. E i nostri prodotti sono progettati proprio per questo: divertire.
Se vuoi saperne di più sugli accostamenti e sulle linee guida per comporre un impianto decente fai tuo il protocollo AODM compilando il quiz “Scopri che audiofilo sei…” Lo trovi qui
Buona musica
Juan
